LA PREISTORIA

Il territorio di Buddusò presenta una spiccata caratterizzazione. E’ infatti contraddistinto dalla presenza di un altopiano granitico fra i più vasti della Sardegna, dal quale nasce il fiume Tirso, importante corso d’acqua dell’Isola.

L’area è stata intensamente popolata fin dalla preistoria. 

Le testimonianze più antiche risalgono alle fasi finali del Neolitico e sono riferibili ai monumenti funerari della cultura di San Michele: le cosiddette domus de janas, “le case delle fate” o “delle streghe”, secondo la tradizione popolare. Nel territorio se ne contano circa sessanta, la maggior parte distribuite intorno al centro abitato, a testimonianza di un intenso fenomeno insediativo tra Neolitico e Età del Rame anche nell’area in cui oggi sorge il paese.

L’altopiano di Buddusò è ricco anche di monumenti ascrivibili a quel fenomeno noto come Megalitismo diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo e nel nord Europa. Ne sono testimonianza i dolmen e i menhir. Il dolmen (termine bretone che significa “tavola di pietra”) è un monumento sepolcrale costruito con grosse lastre infisse nel terreno che delimitano il vano tombale coperto da una larga lastra orizzontale che poggia sui lastroni verticali. Spesso queste tombe sono accompagnate da menhir, “pietre fitte”, monoliti infissi nel terreno. che indicano la sacralità del luogo. Nel territorio buddusoino vi sono interessanti esempi.

Durante l’Età del Bronzo, il popolamento e il controllo del territorio di Buddusò appaiono capillari, la civiltà nuragica fiorisce.

Nell’Ottocento, Alberto La Marmora aveva individuato sull’altipiano più di 30 nuraghi. Tra i meglio conservati e peculiari per l’architettura, si segnala il nuraghe Loelle. Dal nuraghe Iselle e dal nuraghe Ruju provengono due pregevoli manufatti in bronzo, rispettivamente una figura di suino, forse una scrofa, dal ventre rigonfio con sottili striature sul dorso, a imitazione delle setole (Museo Archeologico Nazionale di Cagliari); una brocca askoide di tradizione nuragica con una decorazione a palmetta di derivazione fenicia alla base del manico (Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico di Sassari). I reperti archeologici e i nuraghi insieme a tombe di giganti, pozzi sacri e villaggi, testimoniano la lunga e continua frequentazione del territorio durante l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro.

 

 

LA NECROPOLI DI LUDURRU

A circa trecento metri a nord del centro abitato, in località Ludurru, si trova una necropoli ipogeica, costituita da quattro domus de janas scavate su un grosso affioramento granitico.

Le tombe hanno schemi planimetrici articolati.

Si nota una particolare cura nella lavorazione delle superfici interne, sulle quali sono stati realizzati motivi decorativi che riproducono elementi architettonici delle case dei vivi e motivi magico-cultuali, come focolari, piccole nicchie, coppelle e linee verticali parallele disegnate con l’utilizzo di ocra rossa.

LA NECROPOLI DI OLTULO’

A ovest del paese, in località Oltulò, è presente una necropoli ipogeica costituita da otto domus de janas.

Alcune tombe hanno schemi planimetrici articolati, altre sono più semplici. Come negli ipogei di Ludurru, anche nelle domus de janas di Oltulò le superfici degli interni sono state lavorate in maniera accurata e vi compaiono rappresentazioni di elementi architettonici e motivi magico religiosi, quali focolari, nicchie, coppelle, incisioni e rilievi a disegnare piccole figure antropomorfe.

LA DOMUS DE JANAS DI SANTU SEBUSTIANU

La domus de janas di San Sebastiano si trova tra le abitazione della periferia nord del paese. Quì affiora un roccione granitico scolpito e modellato dagli agenti atmosferici. In tale spuntone è stata scavata la sepoltura neolitica.

La pianta della tomba è articolata in anticella quadrangolare e cella centrale dalla quale si accede ad altre tre celle disposte a croce. I portelli delle varie celle sono stati manomessi dal proprietario del fondo entro cui ricadeva la sepoltura al fine di poter riporre più agevolmente il foraggio; l’unica apertura intatta è quella più esterna.

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IL DOLMEN DI SU LACCU

Al km. 44 della strada statale 389 “di Correboi”, che da Buddusò porta a Bitti, si innesta, sulla destra, una strada comunale che porta alla regione Su Campu.

Dopo aver percorso circa due chilometri, si giunge alla località Su Laccu dove si trova il monumento megalitico. Il dolmen, a pianta rettangolare, è costituito da tre ortóstati, monoliti verticali, sormontati da una lastra di copertura orizzontale. Intorno alla tomba sono presenti i blocchi lapidei che delimitavano il tumulo di terra che presumibilmente ricopriva la struttura funeraria.

IL DOLMEN DI MOLIMENTOS

Dalla località Su Laccu, proseguendo lungo la strada comunale, si raggiunge la località “Molimentos” dove, su un lieve pendio e a breve distanza dal fiume Tirso, si trova il dolmen.

La tomba è a pianta circolare, chiusa da un muretto a secco d’età moderna in blocchi granitici, all’estremità del quale si trovano due pilastrini che delimitano l’ingresso.

Il vano tombale è sormontato da una grande lastra di forma quasi circolare.

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L’AREA ARCHEOLOGICA DI LOELLE

A circa 5 km da Buddusò, ai bordi della Strada Statale 389 che da Buddusò porta a Bitti, si trova l’area archeologica di Loelle, costituita da un nuraghe complesso, un villaggio di capanne e due tombe di giganti.

Il nuraghe fu realizzato in due fasi. Prima fu eretta una piccola torre sulla cima di un affioramento granitico, originariamente era coperta con una falsa volta (tholos); successivamente allo stesso affioramento fu addossato un bastione all’interno del quale si articolano ambienti del tipo “a corridoio”. 

Al monumento si accede mediante un ingresso architravato, dotato di finestrino di scarico, che immette in un piccolo e breve corridoio dal quale si diparte la scala. Sulla destra dell’ingresso si trova una grande nicchia. La scala conduce a un altro corridoio, che si snoda lungo il perimetro del muro esterno del nuraghe. A circa metà percorso del corridoio si apre un’altra scala percorrendo la quale si raggiunge la parte più alta dove c’è la torretta, della quale si conserva parte della cella con due nicchie e parte della scala d’andito che conduceva al terrazzo superiore.

Nel paramento murario esterno, a destra dell’ingresso al monumento, si apre un secondo ingresso al di sotto del piano di campagna di circa un metro. Questo ingresso immette in un vano che non comunica con gli altri ambienti del nuraghe e che probabilmente era un ripostiglio.

Tutt’intorno al monumento è presente il villaggio di capanne circolari; una di esse è stata scavata nei primi anni ’90 e ha restituito materiali riferibili al all’età del Bronzo Recente.

A circa cento metri dal villaggio di Loelle si trova la prima tomba di giganti, purtroppo in cattivo stato di conservazione. La struttura presenta il classico schema planimetrico, con corridoio funerario rettangolare e tracce dell’esedra. Il paramento esterno è costituito da pochi filari di pietre di medie dimensioni, ben lavorati. La seconda tomba, distante circa 150 metri dalla prima, è immersa nel bosco di sughere e lecci secolari. Purtroppo anche questa tomba è stata depredata in antico e del monumento sono attualmente visibili il corridoio sepolcrale, di forma rettangolare, e parte dell’esedra.

Foto di Jonathan Solla

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IL NURAGHE RUJU

Su una piccola collina, all’estremità della piana di Padru Oes, si trova il nuraghe Ruju, così chiamato perché un lichene rosso ne ha ricoperto le pietre, conferendo al monumento una colorazione rossiccia.

Il nuraghe, preceduto da un muro di grossi blocchi di granito appena sbozzati, è del tipo a tholosVi si accede tramite un ingresso architravato sormontato dal finestrino di scarico, che immette in un corridoio: sulla destra si apre una grande nicchia, a sinistra la scala che doveva condurre, probabilmente, a un piano superiore o al terrazzo.

La camera del nuraghe è a pianta circolare, dotata di tre nicchie; la copertura a tholos è andata in parte distrutta. Nei pressi del nuraghe, intorno al 1920, è stato ritrovato un esemplare di brocchetta askoide in bronzo, con decorazione a palmetta alla base del manico, esposta al Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico G.A. Sanna di Sassari. Questo reperto archeologico è un’importante testimonianza degli intensi rapporti tra i fenici e gli indigeni della Sardegna centrale.

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